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Sovrascrivere ricordi, chilometro dopo chilometro

03/07/2023
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Ho dovuto riguardare le mie storie sui social e le foto fatte con il mio telefono per tornare a quei giorni, per ricordarmi tutto, per scrollarmi di dosso l’operatività del lavoro che in un attimo ha ripreso il sopravvento.

Era dalla fine della pandemia che volevo trovare anche solo un paio di giorni per partire in moto da sola, ma non era mai il momento giusto. Per incoraggiarmi a farmi questo regalo ci voleva il ponte del 2 giugno, un giugno piovoso, non troppo caldo, in un periodo molto sereno della mia vita; quindi un giorno sul divano, ho aperto Google Maps e fatto un calcolo dei chilometri, dei giorni liberi e dei posti che avevo segnato come “da vedere”, ho fatto una botta di conti per sapere dove sarei arrivata e a che ora, e ho prenotato un paio di B&B dove dormire.

Sapevo che prenotando e pagando in anticipo non avrei avuto scuse, ma scuse, onestamente, proprio non ne cercavo, serena come non mi capitava da tempo, tra equilibrio e una emotività sempre più dolce.

Sapevo solo che volevo passare in Toscana, è uno dei miei posti motociclistici del cuore. Ho tanti ricordi in Toscana di strade ed esperienze bellissime ma sono…erano tutte legate ad altrettanti ricordi e compagni di viaggio che volevo dimenticare, volevo costruire altre memorie e volevo farlo da sola.

Sono partita di venerdì mattina con uno zaino in spalla, perché ero stata troppo pigra per cercare una borsa adatta alla sella della mia Kawasaki Z900. 

La rete e i social sono utili a volte per segnarmi dei punti di interesse, dei posti da visitare quando esco in moto. Tra questi avevo (an)notato Stifone, la mia prima tappa partendo da Civitanova Marche.

Una opzione era quella di prendere la SS77 fino a Foligno, ma io scelgo di prendere l’interna fino alla Muccia e, invece di proseguire verso Colfiorito come spesso faccio, ho deviato verso la Valnerina. La Valnerina è una strada che prende il nome dal fiume Nera, collega le Marche con l’Umbria e attraversa paesi dal cuore spezzato dal terremoto del 2016 e che nessuno ha aiutato a rinascere, se non il coraggio stesso di chi è rimasto.
Scorrono quindi Pieve Torina, Appennino e Visso dove mi fermo per il messaggio di rito a mia madre “sono viva”, che non mi chiede di scriverle ma so che è a casa a sgranare rosari

Svalico in Umbria e poi Preci, Norcia (dovrei scrivere un articolo a parte per Norcia e Castelluccio), Cerreto e Spoleto, supero velocemente Terni perché voglio arrivare a Stifone, una frazione di Narni lungo la riva del Nera.

Il mio navigatore mi segnala di essere arrivata ma io sono semplicemente in mezzo ad una strada deserta e non capisco. Fa caldo, i jeans sono fastidiosamente appiccicati alle gambe, la t-shirt è già zuppa di sudore. Torno indietro di qualche km e fermo un vecchietto:

“Scusi per Stifone?”
“Cocca va dritta per dritta e ‘ncontri la scritta, non te poi sbajà!”

Ovviamente mi sbaglio e rifaccio avanti e indietro, ma non c’è neanche un posto dove lasciare la moto, sono letteralmente in mezzo alla strada. La lascio in una rientranza di fortuna, scendo dalla moto per delle scalette un po’ nascoste e il rumore di acque che scorrono penso sia un segnale buono. 

Quindi scendo gli scalini pensando a quando li avrei dovuti risalire con zaino in spalla, jeans, stivali, giacca in mano…

Sono dentro un minuscolo paesino vuoto, c’è solo lui…

Il gatto di Stifone – Copyright Lucia Vallesi

Ho scoperto poi che gli abitanti di Stifone sono solo 40; qui il fiume crea un’ansa e una sorgente subacquea di origine sconosciuta riversa lì migliaia di litri d’acqua. 

Continuando il sentiero arrivo a La Mole di Narni, e se avessi studiato prima avrei saputo che questo colore è dovuto alla concentrazione di minerali presenti nell’acqua e se fossi stata più discreta non avrei fotografato degli adolescenti in mutande.

Cercate di andare oltre la foto e immaginate di avere quel colore davanti! Incredibile, davvero ipnotico. 

Mi fermo a guardare qualche minuto e decido di ripartire: ho altre tappe che voglio assolutamente fare. Chi mi conosce sa che non ho affatto senso dell’orientamento e sa che sono così svampita da, ad esempio, non memorizzare nel telefono dove avevo lasciato la moto. 

Quindi per tornare a prenderla faccio ovviamente la strada più lunga e mi ritrovo a dover camminare sotto il sole in mezzo alla strada inutilmente per 15 minuti.

Completamente sudata, ritrovo la mia moto, rimetto il casco in testa e il sedere sulla sella bollente e riparto.

Certo che ‘sta passione è proprio grande per rinunciare a ogni tipo di comfort!

Rimetto il navigatore nel mio porta telefono da manubrio, perché ricordiamoci che senza sono persa, e riparto in direzione Bagnoregio.

Passo per Amelia e la strada mi regala una bella manciata di curvette, sono completamente sola perché è giovedì e non c’è il traffico motoristico del fine settimana.

Arrivo dunque nel Lazio e mi dirigo a Civita di Bagnoregio, la Città che muore, ma tra un po’ morivo io perché dal parcheggio all’ingresso della città è tutta una salita e discesa da fare a piedi e io, ricordiamoci, non indosso shorts e sandali.

In più mi dicono che per entrare devo pagare 5€. Li pago eh, ormai son lì, e se sta per morire e se con un ticket posso defibrillare sto posto, lo faccio.

Ero già stata a Civita di Bagnoregio, tanti anni fa, almeno 10, ed era uno di quei posti dove volevo costruire ricordi nuovi. Faccio una passeggiata per il paesino e mi godo il panorama.

C’è un punto esatto di Civita che non ho fotografato perché ero impegnata a commuovermi: qui nel 2009 Sironi ha girato il suo Pinocchio, c’è un piccolo museo a memoria di questo e a destra dell’entrata del museo c’è un cancellino da cui si ammira una vista spettacolare. 

Ecco, è affacciata a quel cancellino che è scesa la lacrima e adesso vi tocca il momento introspettivo Lucia, ma viaggiare in moto è anche questo.

In quello stesso punto mi ero fermata anni fa… ero così diversa, lontana da me, e ora mi ritrovavo lì, nello stesso identico posto, e finalmente vicina alla versione più autentica di me. All’epoca ero così insicura, ingenua, non capace di fare un passo da sola, mentre ora è da sola che ci sono arrivata, e pure in moto e c’ho portato una Lucia rinnovata, che ha messo a posto tanti tasselli, che ha sconvolto e stravolto tutto, tutto, pur di ricercare la serenità, pur di prendersela con le unghie e con i denti e accidenti me la sono ripresa km dopo km.

Come facevo a non commuovermi neanche un po’ di fronte a questa evidenza? Come? Come potevo non essere grata di tutta la strada fatta, vera e metaforica, per arrivare, anzi tornare lì in quella nuova versione? Come poteva quella gratitudine non scoppiarmi dal cuore?

Drama moment finito, arriva la fame, perché comunque la versione più autentica di me è una Lucia a cui piace magnà. Ovviamente in moto non troppo perché altrimenti mi addormento sul serbatoio quindi, un crostino e una insalata dopo, esco da Civita e torno a prendere la moto tra i sussurri del tipo “Ma come ha fatto questa ad arrivare fin qua con quegli stivali?!” eh signora mia, sapesse…

Poco dopo mi trovo a costeggiare il Lago di Bolsena, e mi spiace non essermi fermata a fare foto perché la vista era stupenda ma la strada anche e non riuscivo proprio a interrompere quell’andirivieni di curve e vorrei tornare, perché la vista era simile a questa!

Da lì a poco cambio nuovamente regione e dal Lazio arrivo in Toscana.

Attraverso San Quirico, Pitigliano e Manciano e mi avvicino a Capalbio per l’ultima tappa della giornata, Il Giardino dei Tarocchi.

Ero già stata anche lì, ed era un altro posto di cui volevo riappropriarmi.

Per chi volesse approfondire, lascio il sito del giardino https://ilgiardinodeitarocchi.it/

Essendo stata qui in precedenza, non ho avuto quel contraccolpo della prima visita, e questo mi ha permesso di goderne ancora di più, come quando guardi un film che hai già visto e sai come va a finire, quindi sposti l’attenzione dalla trama ai dettagli della regia e della fotografia.

Dopo un’oretta al Giardino, vado verso il mio hotel, cenetta leggera e a letto alle 21.

Giorno 2

La mattina dopo mi sveglio molto presto e riparto. Alle 8.30 sono già in sella, direzione Santa Flora.

Le strade sono semi deserte, popolate solo da qualche ciclista. È presto, quindi non ancora troppo caldo e l’aria frizzantina delle distese maremmane è impagabile. Si viaggia benissimo, l’asfalto è ben tenuto, il panorama ampio, i colori e le luci commoventi. 

Arrivo presto a Santa Flora per raggiungere, appena fuori il centro storico, la Peschiera, un parco che sorge attorno ad una grande vasca di acqua sorgiva e che ospita un bellissimo bosco di castagni, cipressi e pini. La grande vasca ospita soprattutto carpe e trote e anche qui il colore dell’acqua è cristallino.

Si sta molto bene, ci sono solo un paio di turisti che mi consigliano di entrare dentro la chiesetta che avevo visto arrivando, la Chiesa della Madonna della Neve, dove una parte del pavimento è trasparente e permette di vedere l’acqua che scorre sottoterra. Niente di che a dire il vero, ma una volta lì si visita il visitabile.

Proseguo verso Sant’Antimo. Sono solo 30 km, passando per Seggiano e il Monte Amiata, ma che strada ragazze mie! Anche i rettilinei qua son divertenti, alternati a una bella serie di curvette. Sono affezionata a Sant’Antimo, “Hai visto Zatto, che sono tornata?!

L’Abbazia di Sant’Antimo è un complesso monastico benedettino, si trova a Castelnuovo dell’Abate, nel comune di Montalcino, in provincia di Siena. Devo dire che trovare un monastero dallo stile così semplice ma ricercato in mezzo alla natura ha il suo fascino. Sono piacevolmente sorpresa dal silenzio che tutti rispettano, accogliendo la storia che questo posto si porta dentro. 

Rifocillata da tanta sacralità, riparto verso una delle mie strade preferite verso Montalcino. Le curve sono ampie, le percorro tra i colori delle colline e i vigneti, praticamente guido in mezzo ad una cartolina. Avrei voluto fare qualche foto in più, ma non volevo proprio fermarmi, volevo godere di ogni km, di ogni odore, di ogni colore, del qui ed ora. Continuo verso Siena, Monteriggioni, Colle Val d’Elsa e Poggibonsi.

Stavo morendo di fame e di sete, per cui in un posto non ben precisato nella zona dell’Impruneta mi fermo a mangiare qualcosina.

Mentre pranzo penso alla strada fatta la mattina e a quanto sono contenta…e mamma mia quanto sono contenta! Sono lì da sola e ho appena guidato una strada meravigliosa e sono così grata di tutto questo!

Guardo la strada davanti a me e vedo un cielo bello nero, e so che non posso prendere scorciatoie per andare al B&B che si trova su un cucuzzolo e spero la pioggia non sia troppo violenta. 

Riparto verso Firenze, svolto verso Pontassieve e vado a farmi la Consuma e Valico Tre Faggi.

Purtroppo mi becco la pioggia, non cosi tanta da costringermi a fermarmi, ma abbastanza da farmi rallentare il ritmo e prendermi un bel po’ di freddo. C’è molta umidità, la strada è perfetta e mi spiace non poter spennellarmi le curve causa maltempo, anche perché era la seconda volta che facevo questi passi e ho sempre beccato pioggia. Mi toccherà tornare finché non trovo sole. C’erano parecchi motociclisti, ma si erano tutti fermati per la pioggia, io cocciuta invece sono andata avanti, piano piano, ma ero sola in mezzo a quell’odore di erba bagnata!

Smette di piovere come finisco i passi, ma va beh, ci piace un po’ di sfortuna perché imparare a gestirla è una sensazione meravigliosa.

Sono stanca e ho voglia di andare a riposare, rimetto il navigatore in direzione del B&B e riparto. Il gestore mi da una camera vista moto e vista monti.

Mi faccio una bella doccia calda, mangio di gusto, tisanina e a nanna subito perché voglio partire presto anche il giorno dopo.

Giorno 3: vorrei ma non posso

Dopo una notte di sonno rigenerante in mezzo al silenzio delle montagne, la mattina di buon’ora riparto con un programma di tutto rispetto che vi lascio qui, ma a cui purtroppo ho dovuto rinunciare.

L’idea era quindi Calla, Mandrioli, Spino, Viamaggio, Bocca Trabaria, Bocca Serriola e poi via verso casa scegliendo il percorso di ritorno sul momento.

Doveva essere una giornata di curve infinite, invece partendo dal B&B ho trovato una situazione assurda. La prima strada era interrotta causa alluvione, una scena da apocalisse, cambio strada e ne provo un’altra, idem! Alla fine riesco a trovare quella che credo essere una valida alternativa. Mi faccio il passo dello Spinello, molto bello a livello di panorama, ma l’asfalto non era dei migliori. Decido per una strada alternativa, c’era dei lavori e chiedo se fosse aperta, mi dicono di sì. Prendo quel passo e mi trovo a gestire una strada per molti tratti metà distrutta e metà molto sporca e piena di breccia. La faccio tutta sopportando molti tratti in piedi sulla moto che avessi avuto un tassello sarebbe stato meglio. A 20km orari e sudando ogni cm, trovo la strada chiusa, nonostante mi fosse stato detto il contrario. E ora? Torno indietro e rifaccio sta fatica? E poi anche tornando indietro che strada posso poi prendere per tornare a casa? Incontro un ruspante vecchietto romagnolo che mi dice “Tranquilla, è solo questo pezzo impraticabile (c’erano i lavori in corso e fango ovunque) te la portiamo a spinta, fai SOLO questa manovra qua!”

Quella manovra mi ha fatto cadere la moto… la mia imprecazione ha fatto eco su tutta la vallata. Io la guardo a terra due secondi. So che tirandola su avrei capito se mi avrebbe riportato a casa. Non vedo grossi danni, solo un graffietto e la leva del cambio leggermente piegata, ma pensavo molto peggio.

Mi viene da ridere, perché non mi ha preso affatto l’ansia. Cosa poteva succedere? Alla più brutta l’avrei lasciata lì e recuperata in qualche modo. Sarebbe stato scomodo e costoso, ma a tutto c’è una soluzione e questa serenità mi ha fatto stare bene. Tirata su la moto l’abbiamo portata a spinta oltre quel tratto. Io ero stremata, mi raccomandano di prendere la E45 e tornare a casa per la via più veloce, le strade che volevo fare le avrei dovute fare un’altra volta.

E così è andata, per pranzo ero a casa. Stanca ma felice, con già la voglia di ripartire e creare ancora nuovi ricordi!

Lucia Vallesi

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